CAMBIO DI INDIRIZZO – ATTENZIONE

Carissimi, per continuare a seguire la matassa delle mie riflessioni fino a trovarne il bandolo, vi rimando su www.piggythepig.it.

Vi bacio le mani, ah.

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Incontri 1

Ripenso agli incontri, miei e degli altri. A volte casuali, a volte determinanti, a volte folgoranti, a volte fraintesi, a volte inutili. A volte sottovalutati.

Parto dall’ultimo: stasera tornando a casa ho incontrato Paola C., io salivo con l’ascensore lei lo aspettava per scendere. Andava agli allenamenti di freesbee. Non è così strano incontrare i propri vicini, persino a Milano. Ma ogni volta che incontro Paola C. mi torna una sensazione in bocca, conoscersi non è stato casuale.


A Roma. Tornavo a casa. Avevo appuntamento con Renata all’ingresso della fermata MM di Piazza Vittorio. Ero in anticipo, lei puntualmente in ritardo. Io faccio correre qualche treno prima di prendere quello. Lei probabilmente già s’affrettava per recuperare il tempo che, mannaggia, correva e correva e correva. Fermata Termini, mi avvicino alla porta: devo scendere a quella dopo. Le porte si chiudono. Cavolo! La vedo scendere le scale, mille borse a tracolla che ciondolano al ritmo della sua corsa. Ma le porte si sono chiuse. Si piazza trafelata davanti alla porta della metro e esattamente di fronte a me. Solo il vetro tra noi. Ci guardiamo, qualche secondo, ci riconosciamo! E scoppiamo a ridere. Ci parliamo a gesti, ma ci capiamo a sguardi. Ogni volta che incontro Renata, mi torna una sensazione in bocca,
conoscersi non è stato casuale.

Un’amica in viaggio in Perù. Incontra un uomo, folgorazione. Lei era con gruppo, lui viaggiava solo. Una serata sola, ma meravigliosa: promettono di incontrarsi alla frontiera tra Perù e Bolivia. Ultima chance, a Copacabana sul lago Titicaca, al porto dove partono i traghetti per l’isola del Sol e della Luna. La notte è insonne, i ricordi  le affollano la mente. La chicha bevuta lungo le strade di Puno, prima di lasciarsi davanti all’albergo. Alba, partenza. Sul bus, non c’è. Alla frontiera, cielo quanta gente! No, non c’è nemmeno lì. Di nuovo sul bus, verso Copacabana. Lì, si vedranno e per visitare insieme l’Isla del Sol. Ostacoli ostacoli! Il gruppo decide di continuare verso La Paz non vogliono fermarsi a Copacabana, e loro non si vedranno più. La Paz è immensa non si vedranno mai più! Prendere o lasciare prendere o lasciare prendere o lasciare, sono tutti sul pulman. No, fuori fuori: ridatele il bagaglio lei resta! Resta a Copacabana per visitare l’Isla del Sol con lui. Gli altri partono, lei rimane da sola. Passano le ore, la città è un buco la conosce già a memoria. Il sole tramonta, il porto, piccolo, le barche dei pescatori, i traghetti per i turisti, poca gente. E finalmente. Arriva. Le pare. L’andatura è sbilenca, è buffo visto da lontano. Ma è lui “Mannaggia che non ho gli occhiali” Vorrebbe esserne certa per correre a riempirlo di baci. La prende con calma, più si avvicina e meglio lo vede, si si. E’ proprio lui. Tre giorni meravigliosi. Fino a La Paz. E poi, basta. Un incontro straordinario e incastonato nel passato. Ma senza un futuro.

E per ora finisco su un aereo. Un viaggio verso il Brasile, anzi due viaggi. Ma questa è una storia strana, ha una doppia entrata. Il Brasile è folgorante. Da una parte ha innescato delle bombe di emozioni, dall’altro ha messo a dura prova ma poi rafforzato un legame. Due viaggi, due storie che si intrecciano, nel tempo, nello spazio. Hei, tu. Che mi dici dei colori della vita?

E incontri e incontri e incontri.

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Viaggio al centro della metropolitana. E oltre.

Sarò banale, ma oggi un’amica mi raccontava dei suoi pendolarismi sui mezzi pubblici per andare a lavorare.

E’ solita fare un tragitto di durata media, al mattino non è quasi mai arrabbiata (ha un metabolismo basale che la rende al mattino di ottimo umore, la sera un mastino…), questo le permette di fare del tragitto una piacevole avventura. Certo, quando piove diventa una lotta per la sopravvivenza. Quando c’è il sole e fa caldo diventa una lotta per la sopravvivenza. Quando nevica diventa una lotta per la sopravvivenza. Quando c’è sciopero diventa una lotta per la sopravvivenza. Quando è l’ora di punta diventa una lotta per la sopravvivenza. Quando s’ imbatte nelle scolaresche in gita diventa una lotta per la sopravvivenza. Quando il primo giorno del mese incontra i controllori e lei non ha avuto ancora il tempo di rinnovare l’abbonamento diventa una lotta per la sopravvivenza.

Ora, mi domando come faccia a non essere incazzata ma ho evitato di chiederglielo (era sera, la storia del mastino). Le ho però domandato cosa ci trovasse di particolarmente piacevole nel suo pendolarismo. I dettagli, mi dice. Le facce, i giornali e i libri che legge la gente, i vestiti che indossano, le reazioni: coglie dettagli delle persone con le quali si trova volente o nolente a condividere alcuni dei momenti topici della giornata, l’inizio e la fine.

Rifletto un secondo. Beh, in effetti ci troviamo spesso circondati da estranei in momenti particolarmente intimi. Un esempio per tutti: vi siete accorti che quando facciamo la fila alla cassa del supermercato mostriamo alla gente la nostra anima? Credo di potermi fare un’idea della persona già solo sbirciando la spesa che scivola sul tappeto.

Ho perso il filo, ero in metropolitana e sono finito al supermercato. Dicevo, quante sono le cose a cui non badiamo? E’ l’abitudine? Ed è forse per questo che poi ci annoiamo, perchè non alimentiamo il processo di rendere unico il quotidiano? Come per esempio muoversi ogni giorno per arrivare da qualche parte? Forse sono solo delle grandissime pippe mentali?

Non so, forse si. Certo è che passo ad uno stato di tiepida (seppure breve) serenità quando, come dice Celeste, faccio caso al “sorriso di un ciclista che si ferma e mi fa passare” o mi focalizzo sull’incontro con un bimbo in metropolitana che scoprendo il nome di una fermata inizia ad urlarlo a sguarciagola, seguito da risate squillanti e contagiose: “Szaraaaaaaaa” ahahahahaha. “Szaraaaaaa” ahahahaha. “Szaraaaaa” ahahahahah.

Oh. Forse sto scrivendo una marea di cazzzate, ma ragazzi quello si, quello è stato un fine giornata interessante.

Szaraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.

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L’indifferenza uccide. Al massimo concedo della diffidenza, che lascia solo una parziale invalidità.

Ma che sta succedendo? Com’è che ce ne accorgiamo solo a metà? La gente muore a seguito di diabolici pestaggi delle forze dell’ordine, l’acqua viene ufficialmente quasi privatizzata, i processi si accorciano lasciando impuniti corrotti e corruttori, l’immigrazione viene confermata strategicamente nemico pubblico numero uno, campi rom rasi al suolo con istituzioni che guardano incentivanti l’umiliazione di donne e bambini, il neo fascismo dilaga tra Napoli, Milano Roma e Bergamo, White Christmas si trasforma da un po’ sdrucita e dolciastra canzone di stampo natalizio ad operazione di repulisti “etnico” made in brianza, i politici soffrono di satiriasi e l’omofobia dilaga, si sprecano energie per fare lotte ideologiche a favore o contro la rimozione dei crocefissi dai luoghi pubblici, si onorano gli oppressori e si dimenticano i precari.

Ma cosa stiamo diventando?

Io non voglio restare fermo a guardare. Io non voglio solo firmare appelli e scrivere lettere di sdegno! A cosa servono i presidi e i tentativi di dialogo se alla fine nulla e ancora nulla cambia davvero? A cosa servono le trecentomila firme di adesione all’appello di Saviano se poi continuiamo ad accogliere con una sorta di rassegnata impotenza le conseguenze dei gesti di istituzioni che non mi rappresentano? Perchè ci obbligano ad una fastidiosa, superficiale e irrealistica posizione manichea?

Sono un Piggy contro le forme violente di protesta. Sono però contro anche le manifestazioni pacifiche senza un progetto strutturato alla base. E soffro moltissimo l’individualismo che rende qualsiasi lotta una questione personale e che eroizza le persone deviando l’attenzione dai fatti.

Mi chiedo allora: qual è la terza via? Cosa c’è tra la protesta destrutturata e la guerriglia rivoluzionaria? Come possiamo umanizzare i fatti? Come è possibile evitare l’acclamazione e l’eroicizzazione delle persone ma mantenere sempre viva e lucida la direzione da seguire?

A chi chiederlo? A Repubblica? Al PD? Mah. Io preferisco chiederlo a Ciuffo.

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Chiacchiere da treno

Sul treno Alta velocità, una domenica pomeriggio. Sono al bar, seduto per terra, perso nelle chiacchiere degli altri.

Un uomo parla con una donna, le racconta di una cassetta per le elemosine: “Sai cosa c’era scritto? § Se ne avete lasciate. Se non ne avete, prendete § Ti è capitato di trovare una cosa del genere? A me ha colpito…” La donna risponde: “Allora esistono ancora persone buone…”. Io cercavo di immaginarmi il contenuto della cassetta.

Un uomo, un professore di ingegneria statunitense, di Milwaukee, che insegna all’Università di New Heaven. E’ in Italia per una forma di scambio interculturale, ogni anno viene a Firenze con una quarantina di studenti per passare un semestre. Chiacchiera di politica con una donna italiana, incontrata per caso al bar; le chiede § E lei cosa ne pensa di Obama? § La donna, visibilmente incazzata con il sistema politico dell’Italia risponde § Lo trovo fantastico. Spero solo che non si trasformi nel simulacro del suo mito, che non si trasformi nella leggenda di se stesso ma che abbia l’intelligenza di moltiplicarsi, riprodursi e diffondersi come un virus. Un solo, grande Obama è inutile, ne servirebbero almeno un milione più piccoli”.

Al bar del treno Freccia Rossa. Due ragazzi neri, del Senegal probabilmente, chiacchierano col barista, un giovincello intraprendente e sfacciato. Uno dei due ha intavolato una chiacchiera goliardica col tipo del bar, iniziano a prendersi in giro sulle qualità degli uomini neri / bianchi. Il senegalese gli ricorda cosa solitamente cercano le turiste bianche nel suo paese, il barista ridacchioso gli risponde ricordandogli la nazionalità di Rocco Sifredi. Il terzo, un po’ in disparte, sorride, non è chiaro se capisce cosa si stiano dicendo. Ma forse è solo timido. Finiscono le Pringles e salutando rumorosamente (e il barista risponde altrettanto rumorosamente), se ne vanno.

Io intanto ascoltavo e pensavo quanto sia divertenete distrarsi ascoltando i discorsi degli altri. Poi ho rimesso le cuffie, aperto il computer, risposto all’sms, concluso l’articolo che avevo iniziato a leggere, riposto il libro nello zaino e scribacchiato due appunti sul mio taccuino. Il bar stava chiudendo, quel viaggio si stava concludendo.

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